Caro Beppe Grillo ti scrivo

Questo che state per leggere non è un vero è proprio articolo nel senso tecnico della parola, è una risposta sotto forma di lettera al grande comico genovese che lo scorso 25 aprile ha affrontato il tema dell’informazione in Italia. Il comico ha definito servi i giornalisti italiani, ha proposto l’abolizione dell’ordine dei giornalisti raccogliendo firme tra i presenti alla manifestazione o spettacolo, come dir si voglia da lui organizzato a Torino.
Di certo c’è grande simpatia da parte di chi scrive nei riguardi di una persona che sa far ridere ed allo stesso tempo indignare. Di più entrando nel merito delle questioni da lui affrontate le tesi esposte sono condivise e condivisibili nel merito e nella sostanza: lodevole, ad esempio, la campagna per il “parlamento pulito”. Vorremmo però ragguagliare il nostro comico sullo stato dei giornalisti italiani, da lui definiti servi. Partiamo da un dato: 101.000 professionisti iscritti all’ordine, divisi fra pubblicisti e professionisti. Non tutti, caro Beppe, vorremmo sottolineare, sono dei privilegiati, anzi a quella cifra si possono iscrivere più dei tre quarti dei non privilegiati e sai il perché caro Grillo? E’ presto detto: la maggior parte di loro lavora con un contratto cococo, adesso divenuto cocopro, e viene pagata a “pezzo”. Sai cosa vuol dire caro Beppe essere More…pagati a pezzo? che quando sia ha la fortuna di averlo uno di questi contratti cocopro un articolo può essere pagato da 7 a 25 euro. I giornalisti in questione, chi scrive appartiene a questa categoria, fanno il vero lavoro ossia fanno il giornale: i corrispondenti si trovano sul posto o vengono inviati dalla redazione dove c’è la notizia e sai caro Beppe con cosa si muovono? Con la loro auto, ciò significa che pagano di tasca loro la benzina, il telefono lo pagano loro, il pc con cui scrivono il pezzo è di loro proprietà. Non sono dei grandi inviati come vengono decantati da molti, anzi. Non ci sono rimborsi. Basta, a tal proposito, riguardarsi una vecchia puntata di “Report” per capire: ragazzi incappucciati che descrivevano la loro situazione lavorativa, quella di collaboratori esterni alle redazioni. Il succo era compensi ridicoli e lavoro duro: con una fila alla porta delle loro redazioni di altri giovani pronti a subentrare.
Non potevano farsi vedere in volta pena il licenziamento e tutto questo per meno di 700 euro al mese spese escluse. Il dato dei finanziamenti pubblici alla carta stampata è un pugno allo stomaco, oltre 600 milioni euro comodamente elargiti, ma ti assicuro caro Beppe, che lo è soprattutto per questi ragazzi che questo mestiere la fanno, innamorati come di una donna bellissima, con passione e a costo di sacrifici durissimi.
In passato accadeva di muovere i primi passi in una redazione da collaboratore per aspirare nel tempo ad una assunzione a tempo indeterminato. E’ passato remoto, chi oggi riesce a farsi fare un contratto da redattore praticante può definirsi miracolato. Provaci adesso, Caro Grillo, a mettere piede in una redazione: la prima cosa che ti verrà detta è: “Non si può vivere collaborando con una testata, bisogna fare più lavori”.
E’ questo un paese civile caro Grillo, quello che “regala” milioni di euro alle grandi e piccole testate e non permette ai collaboratori giornalisti di programmare un minimo di futuro? E’ un paese civile quello che costringe giovani giornalisti a parlare incappucciati in televisione perché se a volto scoperto verrebbero cacciati seduta stante dai giornali con i quali collaborano? L’invito, gentile Grillo, è quello di frasi un giro nelle redazioni locali e chiedere dei collaboratori che lì non si vedono mai, ma che il giornale lo fanno davvero.

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Il finanziamento pubblico della carta stampata

La storia dei finanziamenti pubblici dei quotidiani affonda le sue origini agli inizi degli anni ottanta. In ordine cronologico la data da ricordare è il 1981. Quell’anno fu varata una legge per aiutare i quotidiani di partito non in grado di reggersi autonomamente sul mercato. Dopo sei anni la legge cambia e cambia anche il modo attraverso il quale si finanziano i giornali. Nell’87 infatti la nuova regolamentazione dispose che se due deputati o due senatori avessero dichiarato che un giornale rappresentasse un movimento di partito automaticamente si sarebbe avuto diritto ad ottenere i relativi finanziamenti. Nel 2001 la normativa cambia ancoraMore…: per ottenere i finanziamenti bisogna trasformarsi in cooperativa, è quanto accadrà per numerosissime testate. Il dato che segue rappresenta il resoconto di queste leggi a favore della carta stampata: lo Stato italiano oggi spende 667 milioni di euro per “aiutare” l’editoria. Altre cifre che vorremmo sottoporre alla vostra attenzione riguardano gli importi esatti di alcuni quotidiani finanziati: l’Unità prende dallo Stato 6.400.000 euro ogni anno, il Foglio di Giuliano Ferrara prende 3 milioni e mezzo di euro; Europa, il giornale della Margherita prende 3 milioni di euro all’anno, il Secolo d’Italia riceve anch’esso 3 milioni di euro annui e vende 2500 copie al giorno, la Padania quotidiano della Lega prende 4 milioni di euro all’anno, poi ci sono i quotidiani che non si vendono in edicola e che vengono spediti direttamente a casa agli abbonati, è il caso de Il campanile, giornale dell’Udeur che stampa 3.000 copie e prende un milione e 153.000 euro di contributo statale, il Roma edito dal deputato di Alleanza Nazionale Italo Bocchino riceve 2 milioni 582.000 euro annui, Avvenire quotidiano di riferimento della Conferenza Episcopale Italiana prende sei milioni di euro ogni anno, ma per non farci mancare niente neanche il sindacato manca all’appello, Conquiste del lavoro, giornale della Cisl riceve 3 milioni e trecentomila euro. Alla luce di questi dati ci si potrebbe chiedere “e gli altri?”, cioè i giornali che non vengono finanziati come sopravvivono? Un giornale “vive” se alle spalle ha un editore forte, capace di investire su una testata confidando che nel lungo periodo arriveranno i ricavi, oppure, come nel caso dei free press, attraverso la raccolta pubblicitaria che da sola riesce a coprire le spese che il giornale sostiene. Ancora una volta dobbiamo però prendere atto dell’entrata a gamba tesa della politica in un settore delicato come quello dell’editoria: ai nostri amministratori andrebbe rammentato che nei Paesi liberali un giornale vive solo se le persone lo comprano, come dovrebbe essere secondo i principi del tanto agognato libero mercato, senza che i cittadini finanzino la carta stampata, finanziamenti questi ultimi che alla fine del 2006, lo ripetiamo ancora, sono giunti a seicentosessantasette – 667 – milioni di euro.

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