No B Day, nulla sarà come prima

vignetta no b dayE’ stato l’evento dell’anno. Hai voglia a dire che non è così. A metterci su il cappello di qualche partito. A trarre analisi su cosa è stato e cosa non è stato il No B Day. Da quelle di Eugenio Scalfari su Repubblica a quelle di Massimo Franco su Il Corriere della Sera a quelle di Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano e via così. No, non ne va bene praticamente nessuna. Il No B Day è stato l’anno zero di un nuovo modo di fare politica in Italia e nel mondo. Sui libri di storia tra venti anni se ne riparlerà. Si scriveranno tesi di laurea. E non mi stupirò se da qui a breve, qualcuno, di maggioranza con la complicità di un’opposizione che quasi sempre non è tale, cercherà di imbavagliare in modo stringente la rete in modo da toglierle il fiato, da non lasciarla respirare. Siamo il paese europeo dove internet è più lento eppure siamo l’unico dove una manifestazione del genere ha potuto essere organizzata. Probabilmente perché la rete è l’ultimo spazio dove poter dire la propria, organizzarsi e discutere in modo fresco e libero. Dove anche l’ultimo dei timidi, se ha un’idea interessante, può proporla e diffonderla trovando un seguito. Alla Questura che nel suo comunicato ufficiale ha affermato che in Piazza San Giovanni non ci fossero più di novantamila persone, non varrebbe la pena nemmeno rispondere se non fosse che il mio occhio, mentre ero lì, è stato colpito da una donna. E credo sia la migliore risposta su come questo in questo Paese l’informazione ufficiale sia ormai totalmente separata dalla vita reale. Mentre attendevamo che il grosso del corteo giungesse, ad anticiparlo sono arrivate le forze dell’ordine. Camionette e agenti di polizia e carabinieri scelti per il loro essere imponenti. Non c’è ne era uno di meno di un metro e novanta. Poi in un’auto della polizia. All’interno la donna cui accennavo prima, credo fosse un’ispettrice: indossava un maglione viola e sorrideva. Come le centinaia di migliaia di persone giunte in piazza. Si, il No B Day è stato anche questo. no b day fotoE’ stata anche la sensazione di un incontro tra cittadini e forze dell’ordine che finalmente si sono guardati senza sospetto. Sorridenti nella loro rabbia per un paese che si è spento. Che non ha rispetto e non garantisce chi lavora o lo cerca. Dagli studenti agli operai, agli impiegati, alle forse dell’ordine. Tutti, nessuno escluso. E’ vero, c’erano tante bandiere. Il bianco dell’Italia dei Valori se la giocava con il rosso dei partiti dell’estrema sinistra ma questo era un dettaglio di colore. Perché anche i due partiti, negli ultimi tempi più vicini alla piazza, erano solo un contorno. Le prove generali del 5 dicembre c’erano state a febbraio quando in poco più di tre giorni, alla manifestazione per la vita pro Eluana Englaro, la rete in cinque giorni, in un giorno feriale, aveva richiamato a Piazza Farnese oltre seimila persone. Con due mesi di preparazione si è giunti alle cifre che nessuno, politicamente schierato in Parlamento, vuole ammettere. Ma nemmeno può smentire. Si interrogano gli analisti su quale sarà il futuro del movimento viola. Non sanno dove andare a parare perché non conoscono i meccanismi della rete. Attribuiscono a questo o quel personaggio politico meriti e demeriti. Fanno rientrare tutto in logiche di partito che riconoscono. Ma non è sufficiente. L’onda viola è stato qualcosa di assolutamente nuovo. Autoconvocata e libera, ha detto bene Paolo Ferrero, segretario del Prc: “Noi non saremmo riusciti a organizzare una manifestazione del genere nemmeno in un anno”. Ecco, sta tutto qui il No B Day. Nessun partito può oggi organizzare una manifestazione del genere. I vertici dei tradizionali movimenti politici sono occupati da persone che hanno scarsa o poca dimestichezza con la rete: da Berlusconi, a Fini, a Casini, a Bossi, a Bersani ma anche Di Pietro che però ha colto la novità. Se non altro per gli spazi ridotti che gli vengono offerti dalle tv nazionali. E allora? La risposta è semplice. La rete appartiene ai giovani perché loro ne sono i principali fruitori. E’ una fruizione dinamica a cui loro credono e che sanno usare. Tanto che la stanno sostituendo alla televisione. foto no b dayParlano i dati di ascolto, in picchiata, di trasmissioni che a loro si rivolgono come il Grande Fratello o X-Factor. In piazza sabato 5 dicembre fondamentalmente c’erano due generazioni: tanti giovani fino a 35 anni e tanti anziani pensionati. Uniti nelle loro difficoltà. I primi senza contratti di lavoro che gli garantiscano un futuro accettabile, i secondi stretti dalla difficoltà di arrivare a fine mese con le pensioni minime che gli vengono attribuite. Si, il No B Day non è stato il giorno dei 45enni della penultima generazione garantita seppure per alcuni, messi in un angolo dalla crisi, licenziati quando mancava poco alla fine delle loro fatiche, lo diventerà. Comincia una nuova stagione. E non sarà breve quanto quella dei girotondi che, viceversa, ha rappresentato il saluto della vecchia. Il No B Day rappresenta l’inizio. Se sarà l’avvio di un cambiamento veloce, nessuno può dirlo. Il potere che ora c’è, farà di tutto per limitare l’onda viola, per negarla, per mantenere il controllo il più possibile a costo di mandare ancora più a gambe all’aria il Paese. E paradossalmente, così facendo, ingrosserà ancora di più l’onda che ha dimostrato di sapersi muovere autonomamente. no b dayUn anno fa nessuno poteva pensare che una manifestazione del genere potesse avere luogo. I partiti cercheranno di farla propria. Non è detto che ci riescano perché la rete non ha bisogno di loro. Internet non è luogo che si può incatenare. La sua risposta è semplice: se non mi piaci, non ti clicco. Forse la rete riuscirà con la sua velocità a smuovere questo vecchio paese dove i “cervelli” più promettenti fuggono all’estero perché i loro posti spettano per diritto famigliare ai più mediocri? Una cosa è certa: dopo sabato 5 dicembre nulla sarà più uguale a come è stato.

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Caro Beppe Grillo ti scrivo

Questo che state per leggere non è un vero è proprio articolo nel senso tecnico della parola, è una risposta sotto forma di lettera al grande comico genovese che lo scorso 25 aprile ha affrontato il tema dell’informazione in Italia. Il comico ha definito servi i giornalisti italiani, ha proposto l’abolizione dell’ordine dei giornalisti raccogliendo firme tra i presenti alla manifestazione o spettacolo, come dir si voglia da lui organizzato a Torino.
Di certo c’è grande simpatia da parte di chi scrive nei riguardi di una persona che sa far ridere ed allo stesso tempo indignare. Di più entrando nel merito delle questioni da lui affrontate le tesi esposte sono condivise e condivisibili nel merito e nella sostanza: lodevole, ad esempio, la campagna per il “parlamento pulito”. Vorremmo però ragguagliare il nostro comico sullo stato dei giornalisti italiani, da lui definiti servi. Partiamo da un dato: 101.000 professionisti iscritti all’ordine, divisi fra pubblicisti e professionisti. Non tutti, caro Beppe, vorremmo sottolineare, sono dei privilegiati, anzi a quella cifra si possono iscrivere più dei tre quarti dei non privilegiati e sai il perché caro Grillo? E’ presto detto: la maggior parte di loro lavora con un contratto cococo, adesso divenuto cocopro, e viene pagata a “pezzo”. Sai cosa vuol dire caro Beppe essere More…pagati a pezzo? che quando sia ha la fortuna di averlo uno di questi contratti cocopro un articolo può essere pagato da 7 a 25 euro. I giornalisti in questione, chi scrive appartiene a questa categoria, fanno il vero lavoro ossia fanno il giornale: i corrispondenti si trovano sul posto o vengono inviati dalla redazione dove c’è la notizia e sai caro Beppe con cosa si muovono? Con la loro auto, ciò significa che pagano di tasca loro la benzina, il telefono lo pagano loro, il pc con cui scrivono il pezzo è di loro proprietà. Non sono dei grandi inviati come vengono decantati da molti, anzi. Non ci sono rimborsi. Basta, a tal proposito, riguardarsi una vecchia puntata di “Report” per capire: ragazzi incappucciati che descrivevano la loro situazione lavorativa, quella di collaboratori esterni alle redazioni. Il succo era compensi ridicoli e lavoro duro: con una fila alla porta delle loro redazioni di altri giovani pronti a subentrare.
Non potevano farsi vedere in volta pena il licenziamento e tutto questo per meno di 700 euro al mese spese escluse. Il dato dei finanziamenti pubblici alla carta stampata è un pugno allo stomaco, oltre 600 milioni euro comodamente elargiti, ma ti assicuro caro Beppe, che lo è soprattutto per questi ragazzi che questo mestiere la fanno, innamorati come di una donna bellissima, con passione e a costo di sacrifici durissimi.
In passato accadeva di muovere i primi passi in una redazione da collaboratore per aspirare nel tempo ad una assunzione a tempo indeterminato. E’ passato remoto, chi oggi riesce a farsi fare un contratto da redattore praticante può definirsi miracolato. Provaci adesso, Caro Grillo, a mettere piede in una redazione: la prima cosa che ti verrà detta è: “Non si può vivere collaborando con una testata, bisogna fare più lavori”.
E’ questo un paese civile caro Grillo, quello che “regala” milioni di euro alle grandi e piccole testate e non permette ai collaboratori giornalisti di programmare un minimo di futuro? E’ un paese civile quello che costringe giovani giornalisti a parlare incappucciati in televisione perché se a volto scoperto verrebbero cacciati seduta stante dai giornali con i quali collaborano? L’invito, gentile Grillo, è quello di frasi un giro nelle redazioni locali e chiedere dei collaboratori che lì non si vedono mai, ma che il giornale lo fanno davvero.

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