Un nuovo Lodo Alfano all’orizzonte

elven.itNota dell’autore:
Ringraziando tutti coloro i quali la settimana scorsa hanno avuto l’interesse a leggere il post “Centro in movimento” (Siete stati davvero tanti), questa settimana il tema più interessante da affrontare ci è parso quello della Giustizia. Buona lettura.

assembleacostituente
L’articolo 3.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ l’articolo tre della Costituzione Italiana. Quando si è fortunati, lo insegnano anche a scuola. Non tutti però lo ricordano. Ogni punto e ogni virgola al suo interno hanno un senso. Lo sa bene il presidente del consiglio Silvio Berlusconi che da anni, tenta di derogare a questo inviolabile principio ricorrendo a ogni arzigogolo giudiziario pur di bypassarlo, seppur solo temporaneamente. Ma chi scrisse la Carta Costituzionale a suo tempo, seppe farlo bene. E, per ora, all’uomo di Arcore il colpo di mano non è riuscito seppure già diverse volte ci ha provato. Riparliamo quindi del Lodo Alfano per cercare di meglio analizzare l’ultima settimana nazionale. Che cos’è il Lodo Alfano? Perché il 7 ottobre scorso la Corte Costituzionale lo ha bocciato? E, soprattutto, cosa sta succedendo ora? Conviene andare per ordine.

Il Lodo Alfano.
alfano_berlusconiIl Lodo Alfano è stata una legge dello Stato nota con il nome “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato” (legge 124/2008). Il disegno di legge è stato presentato dal ministro della giustizia Angelino Alfano e approvato dal Consiglio dei Ministri in data 26 giugno 2008 «con l’obiettivo di tutelare l’esigenza assoluta della continuità e regolarità dell’esercizio delle più alte funzioni pubbliche», prima di essere approvato dalle Camere in virtù della votazione conforme del Senato tenutasi in seconda lettura il 22 luglio 2008 con 171 sì, 128 no e 6 astenuti. All’approvazione sono segite infinite polemiche, appelli di illustri costituzionalisti, una raccolta firme pro abrogazione referendum dell’Italia dei Valori (800mila firme raccolte) idv-raccolta-firme-ge, fatto che porta il Lodo di fronte la Corte Costituzionale, a Milano e Roma due pm sollevano il dubbio di costituzionalità della Legge in tre diversi procedimenti a carico del premier Berlusconi. A chi ne avesse perso la memoria vale la pena sottolineare che già una precedente sentenza della Corte Costituzionale aveva annullato l’articolo del cosiddetto Lodo Schifani (giugno 2003), originariamente Lodo Maccanico (che ne sconfessò la propria paternità), rivolto a regolare la stessa materia con una forma molto simile a quella poi riproposta da Alfano.

La bocciatura.
corte-costituzionale-dal-suo-sitoIl cosiddetto Lodo viene infine bocciato dalla Corte Costituzionale il 7 ottobre (9 voti contro 6) per violazione nel merito e nel metodo rispettivamente degli articoli 3 e 138 della Costituzione Italiana, con la motivazione, è questo il messaggio passato dai media, che sia necessaria una legge costituzionale per introdurre le immunità previste dal lodo Alfano. Di fatto da quella data ufficialmente riprendono tutti i procedimenti a carico del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. E da allora, ma già da prima, gli avvocati del presidente sono al lavoro per trovare una soluzione che lasci il premier riposare tranquillamente in famiglia il sabato mattina invece di passare il tempo con i suoi avvocati (dichiarazione rilasciata all’indomani dell’approvazione del Lodo Alfano e riproposta durante un intervento a sorpresa a Ballarò il 27 ottobre scorso). Messi al lavoro gli avvocati, la settimana scorsa il presidente del consiglio ha quindi sondato il campo su possibili convergenze su una riforma della giustizia che diminuisca la durata dei procedimenti. Ha incontrato Casini, Udc, ha registrato le dichiarazioni di Bersani, Pd, inizialmente apparse favorevoli, ha incontrato Bossi, Lega, anche per discutere delle candidature alle elezioni regionali e, quindi, ha chiuso il cerchio con Fini. gasparriInfine, il 12 novembre, in Senato è stato presentato il ddl «Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo», che porta le firme del capogruppo Maurizio Gasparri, del vice capogruppo Gaetano Quagliariello e di altri senatori del Pdl (Tofani, Casoli, Bianconi, Izzo, Centaro, Longo, Allegrini, Balboni, Benedetti Valentini, Delogu, Gallone, Mugnai, Valentino), del presidente dei senatori della Lega Federico Bricolo, del senatore Sandro Mazzatorta (Lega).

Il nuovo ddl sulla giustizia o processo breve.
In sostanza il ddl fissa le modalità per la durata «ragionevole» dei processi, oltre la quale, se il ddl diventasse legge, il processo verrà estinto. «Non sono considerati irragionevoli – si legge nel testo – i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Il giudice, in applicazione dei parametri di cui al comma 2, può aumentare fino alla metà i termini di cui al presente comma». Se vengono superati i limiti di ragionevole durata, il processo è estinto (articolo 2), «nei processi per i quali la pena edittale determinata ai sensi dell’art. 157 del codice penale è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione». L’articolo 3 contiene «disposizioni relative all’entrata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale». Inoltre le disposizioni sul processo non si applicano nei processi in cui «l’imputato ha già riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, o è stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale». Non si applicano anche per i reati legati all’immigrazione (come chiesto dalla Lega), agli incidenti sul lavoro, alla mafia e al terrorismo. Esclusi quindi i reati di associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, circonvenzione di persone incapaci, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale, reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, traffico illecito di rifiuti.

Le reazioni.
Inutile dire che anche ai più ottimisti il ddl più che una riforma, sia sembrata una minaccia. Tanto che anche in questo caso i costituzionalisti si sono dimostrati scettici, un ex presidente della Consulta ne ha parlato come di legge palesemente anti costituzionale, e alcuni si sono detti già pronti a raccogliere firme per un referendum abrogativo, qualora venisse votato, e, da subito, a scendere in piazza. Di fatto oltre 100mila processi, e il numero è di molto sottostimato, salterebbero quasi immediatamente. Più ne salterebbero, come ci ha confidato un legale, moltissimi altri tanto da far si che qualsiasi tipo di procedimento alternativo all’udienza in aula perderebbe di interesse. Senza contare che, si fa presto a perdere due anni. Le vittime dei reati poi, vedi le parti civili, sarebbero lasciate senza giustizia. Ricordando, infine, che non è vero, come sostenuto acriticamente da qualche onorevole e senatore, che in molti procedimenti non compaiono vittime e che quindi il danno non ci sarebbe. Quando, infatti, una persona non figura come vittima, molto spesso il reato è commesso contro lo Stato, quindi contro tutta la comunità, vedi ad esempio i reati ambientali verso cui, purtroppo, il nostro diritto penale soffre ancora un’arretratezza tutta italiana comminando pene irrisorie verso gli autori. E scusate se è poco.

La nuova proposta, il nuovo Lodo Alfano.
casiniSull’onda della protesta, Casini, il 13 novembre, ha lanciato l’idea di un Lodo Alfano approvato con una maggioranza costituzionale ovvero dei 2/3: «Questo ddl per abbreviare i processi è realmente una porcheria, un provvedimento che dimentica le vittime, sfascia l’ordinamento giudiziario e abroga la giustizia». Ha aggiunto Casini: «Un mio amico, presidente emerito della Corte costituzionale, ma che rimarrà anonimo perché è fuori dalla politica e dai partiti, mi ha detto oggi che il ddl è un mostro giuridico, inconcludente e incostituzionale. Noi capiamo le ragioni della maggioranza – ha sottolineato il leader centrista – e riteniamo che una soluzione al loro problema vada trovata. Ed è per questo che ci siamo astenuti sul lodo Alfano. Ma ora un’opposizione responsabile è di fronte a un bivio: o si strepita e si fa approvare la porcheria; o si vota il lodo Alfano per via costituzionale. Per noi – ha concluso – questo provvedimento per accorciare i processi è assolutamente invotabile. Se sbraita Di Pietro è un conto. Ma se diciamo noi che questo testo scasserà l’ordinamento giudiziario italiano, potete crederci. Meglio allora l’immunità parlamentare». Tralasciando le considerazioni sulle affermazioni di Casini (“un mio amico presidente della Corte”, “se sbraita Di Pietro”, “se diciamo noi”). Dal Pdl immediata approvazione alla proposta. gianfranco finiE anche il presidente della Camera Fini, ugualmente, intervenuto alla trasmissione di Lucia Annunziata In mezz’ora, ha chiosato: «Credo che prevedere delle norme per garantire che la giustizia fa sempre e comunque il suo corso ma lo fa dopo che si è cessati da una carica istituzionale, non sia un motivo di fronte al quale gridare allo scandalo». Ma nel Pdl il fronte non è comune e le spaccature si moltiplicano pericolosamente per la stabilità del Governo. “Basta con le ghedinate da prendere o lasciare. I falchi berlusconiani devono finirla di parlare di complotto interno al Pdl contro Berlusconi. Il presidente del Consiglio deve guardarsi da quei suoi consiglieri che da anni lo hanno portato in un vicolo cieco, spingendolo verso soluzioni inutili, perché la legge sul processo breve così com’è congegnata oggi è destinata a sbattere contro il muro della incostituzionalità”. bocchinoLo dichiara Italo Bocchino, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, che in una intervista alla Stampa boccia il ddl sul processo breve (“presenta aspetti irragionevoli, demagogici, populisti”) ed indica come la strada da percorrere sia quella di una legge costituzionale che ripristini l’immunità parlamentare e lo stesso lodo Alfano”.

Nuovo Lodo Alfano: si può fare?
Possibile quindi approvare il Lodo Alfano con una maggioranza costituzionale? Indubbiamente si. C’è però un ma. Oltre ai tempi tecnici, quantificabili tra i due e tre anni, va ricercato nella motivazione alla bocciatura del Lodo il 7 ottobre scorso. La Corte Costituzionale ha infatti detto che posto che la ratio, ovverosia lo scopo, della norma è quella di proteggere le funzioni proprie dei titolari di alcuni organi costituzionali, resta da accertare se la sospensione disciplinata dal “Lodo” deroghi al principio di uguaglianza creando una disparità di trattamento, la quale è l’ulteriore caratteristica delle prerogative.

La sentenza dell’Alta Corte sul Lodo Alfano.
la-sala-della-corte-costituzionaleLa Corte risponde affermativamente in considerazione del fatto che il “Lodo Alfano”, dice la Corte, “si applica solo a favore dei titolari di quattro alte cariche dello Stato, con riferimento ai processi instaurati nei loro confronti, per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi e, in particolare, ai reati extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica”. Ma va anche oltre. La sentenza, infatti, non parla solo di “evidente disparità di trattamento delle alte cariche rispetto a tutti gli altri cittadini che, pure, svolgono attività che la Costituzione considera parimenti impegnative e doverose”: la violazione del principio di uguaglianza è ravvisata anche con specifico riferimento alle alte cariche dello Stato prese in considerazione dal “Lodo”, ossia, lo ricordo, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Camera ed il Presidente del Senato. Tale violazione è dovuta da un lato al fatto che le cariche in questione sono tra loro disomogenee (sia per fonti di investitura che per natura delle loro funzioni), e quindi non risulta giustificata una loro parità di trattamento quanto alle prerogative; dall’altro, non è giustificata nemmeno la disparità di trattamento tra i Presidenti e i componenti dei rispettivi organi costituzionali, e ciò sia dal punto di vista delle immunità (Presidente del Consiglio e ministri sono indistintamente soggetti all’art. 96 Cost., così come Presidenti delle Camere e parlamentari sono soggetti alla disciplina uniforme dell’art. 68), sia dal punto di vista delle funzioni loro assegnate: la Costituzione attribuisce “rispettivamente, alle Camere e al Governo, e non ai loro Presidenti, la funzione legislativa (art. 70 Cost.) e la funzione di indirizzo politico ed amministrativo (art. 95 Cost.). Non è, infatti, configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l’unità, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares”. Detto ciò, si capisce molto bene come nel “Lodo Alfano” sussistano “entrambi i requisiti propri delle prerogative costituzionali, con conseguente inidoneità della legge ordinaria” ad attribuire alle suddette alte cariche “un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative e che, pertanto, è privo di copertura costituzionale”.

Nuovo Lodo, nuova bocciatura dalla Consulta?
berlusconiDunque, anche approvando il Lodo con una maggioranza qualificata, questo, così com’è, verrebbe bocciato anche per ragioni interne quali lo status straordinario assegnato alle cariche da esso beneficiate. Ci permettiamo di aggiungere. Se anche le altre cariche venissero, in una rivisitazione, escluse, e venisse inclusa la sola carica del presidente del consiglio, come accade ad esempio in Francia (per l’immunità all’estero vedi: http://wildgretapolitics.wordpress.com/2008/07/25/cosa-dice-il-lodo-alfano-e-le-immunita-negli-altri-paesi/), siamo sicuri che il Lodo sarebbe lecito? Ponendo ad esempio che dei reati siano commessi non nell’esercizio delle proprie funzioni ma approfittando di queste o al di fuori di queste, perché garantire a priori il premier in carica? Berlusconi o chi per lui.

Conclusioni.
L’impressione politica che se ne ricava, al di là degli aspetti legislativi, è che nel Pdl il fermento, viste anche le dichiarazioni di vari esponenti, sia in fase molto più avanzata di quanto le stesse dichiarazioni pubbliche lascino intendere. Così come lo scontro sulla giustizia, vedi richiesta di arresto della Dda di Napoli per il sottosegretario Cosentino (favoreggiamento e concorso nell’attività dei clan casalesi), sia solo all’inizio e lasci a sua volta intendere, a breve, l’inizio di una nuova stagione politica. Nel frattempo tutti sembrano prendere tempo. Forse poi, finalmente, si comincerà a parlare anche di altro.

Centro in movimento… Pdl+Udc o Pd(al quadrato)+c, ovvero Pd+Udc?

udcIl centro si muove. O almeno ci riprova. E’ almeno dal 1992, subito dopo “Tangentopoli”, che le forze politiche che si rifanno, o vorrebbero rifarsi, ai valori propri del centro, l’area che si colloca a metà tra i progressisti e i conservatori nello spettro politico, provano a ricreare un partito che accolga tutti i moderati. I tentativi dal 1992, quando la Democrazia Cristiana fu spazzata via dai suoi errori e dalle conseguenti inchieste giudiziarie sui suoi innumerevoli casi di corruzione interni, sono stati innumerevoli: Centro Cristiano Democratico (Ccd), Cristiani Democratici Uniti (Cdu), Democrazia Europea (De), poi confluiti nell’Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (Udc). E ancora Partito Popolare Italiano (Ppi), poi confluito in Democrazia e Libertà – La Margherita (Dl), Popolari Udeur (Udeur), Democrazia Cristiana per le Autonomie (Dca), Rinnovamento Italiano (Ri) e Unione Democratica (Ud) confluiti in Dl, Patto Segni, Riformatori Liberali, Italia di Mezzo e Movimento Repubblicani Europei (Mre). Solo per citarne alcuni tralasciando i partiti e movimenti ancora più raccolti e di breve durata. A oltre quindici anni dalla stagione di Tangentopoli, che prometteva una rivoluzione morale nella classe politica italiana, il primo dato piuttosto certo è che il bipolarismo puro, così come promosso dal presidente del consiglio Berlusconi e, a sinistra, dall’ex segretario Pd Veltroni, ha fallito. Come avviene ciclicamente, riprende quindi forza il tentativo di un partito di centro che raccolga quell’elettorato cattolico, ma anche laico, che non vede nelle contrapposizioni nette un modo valido per governare il paese Italia. L’esplosione di nuovo centrismo, vale la pena sottolinearlo, è però stata favorita anche, e in buona parte, proprio dagli errori commessi da progressisti e conservatori negli ultimi anni. L’ultima settimana politica merita quindi un po’ d’attenzione, nonostante l’enormità della premessa. Ripartendo dalle primarie che hanno nominato Pierluigi Bersani segretario del Partito Democratico, è interessante notare come il leader Pd si sia innanzitutto preoccupato di mandare segnali, in vista delle elezioni regionali di marzo, verso i centristi di Casini. Centristi che, a loro volta, hanno accolto Francesco Rutelli. Il 27 ottobre, infatti, l’ex sindaco di Roma e candidato alla presidenza del consiglio nel 2001 per il centro sinistra, ha abbandonato ufficialmente il Pd, avviando il progetto di un nuovo partito moderato e riformista che entri nella Costituente di Centro di Pierferdinando Casini. casini pierferdinandoE che cos’è allora questa Costituente di Centro verso cui molti moderati, specie addetti ai lavori, guardano sempre con sempre maggiore interesse? Brevemente, la Costituente di Centro nasce dall’idea di unificare tutte le forze centriste di diversa estrazione presenti nel panorama politico italiano in un’unica forza politica unitaria che si richiami ai valori del cristianesimo democratico. Nasce come progetto elettorale di cui si fanno promotori l’Udc e il Movimento Federativo Civico Popolare, anche detto Rosa Bianca o Rosa per l’Italia (fondatori gli ex ministri Bruno Tabacci e Mario Baccini). Dall’11 al 13 settembre scorso si sono tenuti a Chianciano Terme gli Stati Generali del Centro. Numericamente il suo bacino elettorale è enorme, attualmente i suoi consensi sono in crescita. E lo sanno bene da destra e da sinistra da dove, infatti, non mancano i corteggiatori. Per il centro sinistra, la Costituente di Centro costituisce infatti un appoggio con cui pareggiare, quando non superare, i consensi del Pdl. Per il centro destra, invece, una valida alternativa con cui riuscire a fare a meno della Lega Nord e dei suoi eccessi. E far fuori la Lega dal gioco politico converrebbe a tutti. Anche al centro sinistra che infatti apre al Pdl sulla questione giustizia. A ogni modo, nonostante le smentite d’ufficio, l’alleanza tra centro sinistra e Costituente di Centro è già in fase avanzata e ha già regalato benefici effetti riuscendo a limitare le sconfitte del Partito Democratico alle ultime elezioni provinciali. Riproporla quindi a livello regionale? Possibile, specie se si osservano le posizioni piuttosto moderate nel centro sinistra. Dal centro destra, però, fiutato l’accordo, si sta correndo ai ripari. E’ proprio della settimana scorsa, 6 novembre, l’incontro Berlusconi – Casini incentrato sul tema giustizia ma al cui termine il leader centrista ha fatto intendere di voler correre da solo alle prossime elezioni pur mostrando segni di distensione al vecchio alleato verso cui, allo stesso tempo, solo il 15 settembre durante una puntata di Porta a Porta, era stato tutt’altro che tenero («L’Udc fa parte del Ppe, mi parrebbe logico che si alleasse con noi anche in Italia. Ma pensano alla politica dei due forni, agli assessori e alle clientele». Silvio Berlusconi ha appena finito di lanciare strali al suo partito che Pier Ferdinando Casini chiama Porta a Porta . «Non è giusto ridicolizzare la posizione di chi è stato all’opposizione sia di Prodi che di Berlusconi — dice —. La scelta di convenienza sarebbe stata opposta. Ma se Berlusconi dice che puntiamo alle clientele vuol dire che non faremo alleanze con il Pdl alle Regionali, lui non avrà difficoltà…». «Auguri», replica gelido il Cavaliere. «Bene, buon lavoro a lei», chiude Casini. Una mossa tattica di Casini mentre si limano le alleanze? Per chiedere di più al Pd? Per evitare gli attacchi dai giornali del cavaliere? (vedi casi Boffo, Fini, Mauro…) Per mandare, da parte di Berlusconi, un messaggio alla Lega Nord sulla sua non indispensabilità al governo nella riforma della giustizia e non solo? (Il Giornale e Il Messaggero di Roma il giorno dopo l’incontro hanno addirittura ipotizzato il voto nazionale anticipato) Molto probabile. Al momento resta il fatto che tutti sembrano aver bisogno dei centristi seppure chi rischia di più nel perderli è proprio chi appare oggi politicamente più forte, ovvero il Pdl. Per una ragione quasi ovvia. La bocciatura del Lodo Alfano, ma soprattutto gli scandali con le escort a Palazzo Grazioli hanno di fatto indebolito il partito di governo tra i suoi elettori cattolici che, disorientati dai comportamenti personali del premier, sono andati spostandosi verso il centro. Proprio per questo è bene tenere a mente il caso dell’ex direttore di Avvenire Dino Boffo. Probabilmente pressato da questi lettori, ed elettori, cattolici e moderati, Boffo si era lasciato ad andare ad alcuni editoriali in cui, in modo molto blando, aveva invitato il presidente Berlusconi a un comportamento più attento nelle sue vicende private. Immediata era arrivata la replica dalla pagine de Il Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi, che aveva rispolverato una notizia, in realtà già pubblicata prima dell’estate, con molto meno clamore, dal settimanale Panorama ovvero una condanna per molestie. L’emorragia verso il centro, però, non si è fermata e ha, paradossalmente, rafforzato il progetto della Costituente di Centro il cui obiettivo è ormai dichiarato: offrire all’elettorato cattolico del Pdl una risposta politica moderata e che non si lasci corrompere dagli estremismi della Lega Nord. A verifica del clima non proprio idilliaco tra Pdl e Lega, oltre alle tensioni sulle candidature alla presidenza in diverse regioni del nord Italia, immediatamente dopo l’incontro Casini – Berlusconi, basti citare quanto accaduto giovedì e venerdì a seguito della puntata di Annozero dedicata al Caso Fondi. Per il Comune di Fondi, come è noto, il prefetto di Latina Bruno Frattasi, e successivamente, il ministro Maroni condividendone la richiesta, avevano proposto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, proposta bocciata due volte dal Governo. Durante la puntata di giovedì dal titolo ‘Profumo di Mafia’, il senatore Pdl Claudio Fazzone, ex presidente del consiglio regionale del Lazio (37mila consensi alle ultime regionali tanto da far parlare di lui come futuro governatore), aveva dichiarato di voler querelare il Prefetto. A breve giro di posta, la difesa, parsa non tanto d’ufficio, del ministro (7 novembre): “Ho condiviso parola per parola quella relazione e se qualcuno vuole querelare il prefetto di Latina allora dovrà querelare anche il ministro dell’Interno. Non credo sia corretto attaccare una persona che non ha gli strumenti per difendersi – ha aggiunto Maroni le cui parole sono state accompagnate da un grande applauso della platea presente al convegno nazionale dei prefetti che aderiscono all’ Anfaci – ma se il ministro dell’Interno condivide un atto e lo firma, ne condivide sempre anche la responsabilità e io mi assumo sempre le mie responsabilità”. Ai più è parso un segnale al Pdl mentre proprio in queste ore, a Montecitorio, va in scena il faccia a faccia tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sulla riforma, ancora (!), della giustizia. All’ordine del giorno accorciare la durata dei processi e le norme per la loro prescrizione. Questione di priorità…

Polizia Penitenziaria e Governo: una settimana di rapporti ‘complicati’

manifestantiUna settimana dopo le primarie del Partito Democratico, resta in piedi la vicenda Marrazzo che si arricchisce di nuovi particolari. Non considerando l’aspetto puramente voyeuristico della vicenda ovvero i gusti del governatore, e, nemmeno, l’utilizzo di stupefacenti, questo di per sé davvero grave soprattutto per Marrazzo, vale la pena considerare come questa settimana le forze dell’ordine siano state al centro dell’attenzione della stampa. Per lo più per fatti negativi. Primo tra tutti proprio il presunto ricatto nei confronti del Governatore. Cinque carabinieri che avrebbero compiuto tra i peggiori reati previsti dal codice penale: violenza privata, violazione di domicilio, perquisizione abusiva, minacce, estorsione. Senza alcuna cautela. Tanto sicuri e spietati, nei confronti del Governatore, da sembrare sciocchi. Praticamente certi di farla franca. La prima nota è che sarebbe davvero utlie capire dove trovassero tanta sicurezza. Sull’onda di questo fatto, ecco che la cronaca nazionale ne illumina altri. Tutti con protagonisti gli agenti di polizia penitenziaria. Uno in particolare: la morte di Stefano Cucchi. La storia è ormai nota. Stefano sta fumando uno spinello con un suo amico. Subisce un controllo e una perquisizione e gli trovano 18 grammi di hashish, qualche pasticca. Viene fermato e arrestato. E’ sano. Sta bene. Cammina sulle sue gambe. Viene trasferito in una caserma dei carabinieri. Alla famiglia vengono riconsegnate le chiavi della macchina e gli viene detto che trattasi di fermo a soluzione rapida, più una operazione di routine che altro. E’ la prima delle tre comunicazioni che la famiglia riceverà dalle istituzioni. La seconda li avviserà della detenzione ospedaliera e dell’impossibilità di vederlo senza l’autorizzazione del magistrato; la terza della morte di Stefano. Una storia brutta. E ancora una volta i protagonisti negativi sono nelle forse dell’ordine. In particolare la polizia penitenziaria che trasferisce Stefano, precedentemente pare in buone condizioni, dal tribunale dove si tiene il processo per direttissima al carcere. Non il primo caso di persona morta in carcere. Resta drammaticamente curioso che in un paese dove in 11 mesi sono morte 62 persone in carcere, trovi spazio solo la vicenda di Stefano. La settimana nera della penitenziaria, però, non finisce qui. La grave vicenda di Stefano, relativamente un certo clima nelle carceri italiane, viene avvalorata dal suicidio dell’ex Br Diana Blefari Melazzi, condannata all’ergastolo per aver partecipato all’omicidio Biagi, che di fatto mette in dubbio le capacità di controllo della polizia penitenziaria guarda caso proprio quando si dice la donna avesse intenzione di collaborare con le forze dell’ordine e, ultimo, dalla pubblicazione di un’audio shock registrato all’interno del carcere di Teramo: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto…”. Un concitato dialogo, tra il comandante delle guardie del penitenziario teramano Giuseppe Luzi e un agente, registrato in un nastro recapitato al giornale locale, di orientamento centro destra, La Città di Teramo. Con una lettera anonima. Anonima vale sottolinearlo. Sono cose spregevoli anche queste. Le seconde citata in particolare. Senza assoluto dubbio. E anche in questo caso vedono come protagonisti negativi uomini delle forze dell’ordine e sempre di polizia penitenziaria. Un caso che tre brutti fatti relativi a cattivi rappresentanti delle forze dell’ordine entrino sulle prime pagine dei giornali nazionali? Forse no. Il 28 ottobre a Roma, 40.000 poliziotti, secondo gli organizzatori, fonte ApCom, manifestato in corteo per le vie di Roma con lo slogan ‘La sicurezza è un diritto. E i diritti non si tagliano’. Protestano contro i tagli alla sicurezza del Governo e contro il mancato stanziamento nella Finanziaria 2010 di nuove risorse al comparto. Davanti al dipartimento della Funzione Pubblica partono frasi di contestazione contro il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Nel mirino dei manifestanti anche le ronde per la sicurezza del ministro dell’Interno Roberto Maroni. Tra loro spunta un busto in cartapesta dedicato a Silvio Berlusconi: “Papi, come ci hai cucinato bene”. E ancora, ‘Meglio panzoni che coglioni’, recitava una maglietta ideata per l’occasione e indossata dal sindacato Coisp: chiaro riferimento alle frasi del ministro Brunetta che aveva dichiarato che “non è facile mandare i poliziotti sulla strada perché ci sono troppi panzoni che hanno fatto i passacarte tutta la vita, in strada se li mangiano”. Diceva Felice Romano, segretario del Siulp: “Ancora una volta siamo stati costretti a scendere in piazza per protestare contro la politica del Governo sulla sicurezza. E vogliamo che la nostra voce giunga a chi, pur avendo la responsabilità di governare il nostro Paese, dimostra sempre più spesso con i fatti di volersi in realtà limitare ad una politica di annunci. Si taglia sulle risorse delle Forze di polizia: si taglia anche quest’anno, con la prossima Finanziaria, sugli investimenti che servono a garantire il livello di sicurezza minimo. Il Governo non ha mantenuto le promesse fatte a poliziotti, poliziotti penitenziari, forestali e, soprattutto ai cittadini con i suoi programmi elettorali. Si inaspriscono le norme, aumentano i detenuti, aumentano i compiti delle Forze di Polizia e, diminuiscono sempre di più gli organici, le risorse e i mezzi. Con quali uomini, con quali mezzi si dovranno applicare queste nuove norme? Se non ci ascoltano non ci fermeremo qua”. E se gli agenti promettevano di non fermarsi, la risposta pare comunque essere già arrivata. Attraverso la stampa. Che ‘impallina’ gli agenti penitenziari per ben tre volte in brevissimo tempo. L’impressione che se ne ricava è che sulla pelle dei detenuti si combatta una battaglia cruenta, e pericolosa, in cui i reclusi, si badi bene quelli più scomodi (la brigatista) e quelli più ai margini e deboli, Stefano Cucchi e il “detenuto massacrato” (forse un extracomunitario?), rappresentano solo delle pedine. O muoiono nel dimenticatoio, come è accaduto per i tanti deceduti negli ultimi 11 mesi e prima, o diventano pedina di chissà quale partita. Comunque vada, già da tempo sembra che nessuno li consideri più come persone.