Rifiuti Campania e Latina: Sedici anni di silenzi e di latitanza dello Stato Italiano

Rifiuti tossici CampaniaUna data: primavera del lontano 1997. Sul tavolo dei deputati e senatori della repubblica italiana si svolge una audizione: siamo di fronte alla commissione bicamerale sulle ecomafie. A parlare è Carmine Schiavone, boss dei casalesi e del basso casertano. L’audizione è di quelle che faranno storia e non solo per il contenuto. È di pochi giorni, infatti, la decisione, voluta dal presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, di rendere pubblici i verbali di quell’udienza, per sedici anni coperta da segreto. “Gli abitanti del casertano entro i prossimi venti anni moriranno tutti di cancro”. Queste le parole del boss pronunciate allora e divenute adesso di pubblico dominio. I numeri, ipotizzati, sono di quelli che fanno correre non uno, ma una serie infinita di brividi lungo la schiena: oltre 300 chilometri di terra avvelenata per un totale, arrotondato per difetto, di 800.000 tonnellate di rifiuti di cui ancora non si conosce la natura. Non solo il casertano nel quadro criminale venuto alla luce, ma anche la provincia di Latina nel Basso Lazio fino ad arrivare anche al piccolo Molise. “ I veleni, racconta il boss, venivano sversati anche nei laghetti, quando non venivano sepolti a trenta metri sotto terra”. Casal di Principe, Casapesenna, Giugliano, Villaricca, il lago di Averno ed il lago di Lucrino, per restare al solo Casertano. Avevano di tutto, gli uomini dei clan, dalle divise d’ordinanza della polizia e della guardia di finanza alle armi, secondo la testimonianza di Schiavone, ma non solo: eleggevano sindaci e consiglieri del comprensorio come e quando volevano, uno di questi ultimi, preso ad esempio dal boss esempio, comunista di sera e democristiano al sorgere dell’alba per volontà del clan. Insomma un sistema organizzato fin nei minimi dettagli, che nulla ha lasciato al caso. Basta attraversarla quella terra per capire di cosa si sta parlando: Rifiuti tossici Campania Lazio il litorale domitio, dal Castel Volturno a Villa Literno, a Baia Domitia, un tempo approdo estivo di migliaia di turisti del nord europa, preso d’assedio, infettato, come se già non bastasse la centrale nucleare del Garigliano, a ricordare a ciascuno di noi che quella è una terra che ha già pagato un prezzo troppo alto in termini di inquinamento ambientale. Eppure lì, proprio in quelle campagne non possono essere considerati casi o esperimenti di ingegneria genetica gli animali nati deformi, come raccontano i tanti agricoltori che quelle terre le vivono e le coltivano ogni giorno. È da li, che tutti noi, abbiamo imparato a assaporare le mozzarelle di bufala. Bufala campana, casertana: le uniche bufale capaci di produrre quel tipo di latte, dal quale magistralmente nascono le mozzarelle. E’ di qualche anno, a tal proposito, un’inchiesta del quotidiano “Repubblica” sulle mozzarelle di bufala: secondo il numero di animali censito, e quindi delle quote di latte annuali, il numero di mozzarelle prodotto in un anno non poteva superare una quantità predefinita. Invece quel numero non solo non corrispondeva alle reale capacità di produzione ma lo superava di sei volte, in pratica su sei mozzarelle di bufale finite sulle tavole degli italiani, una sola conteneva latte di bufala.
Poco interessa, in questa sede, quantificare il giro d’affari dei rifiuti nel casertano in quanto compito degli organi inquirenti: quello che, invece, ha motivo d’interrogare è certamente altro e chiama in causa le nostre istituzioni. Si poteva parlare prima? Si poteva togliere il segreto a quei verbali già alla fine degli anni novanta ? Si poteva dire agli uomini e alle donne che in quei territori vivono che erano seduti su una bomba ad orologeria? Si potevano invitare le tanti madri, che hanno messo mondo lì i propri figli per poi vederli, a breve distanza, morire di cancro, ad abbandonare quel territorio, almeno fino a quando non si fossero fatte le prime verifiche ambientali. Rendere pubblici oggi, nel 2013, quei verbali inchioda lo Stato italiano, colpevolmente silente, alle proprie responsabilità non solo per non aver impedito che tutto ciò avvenisse, ma per aver fatto, per più di sedici anni, finta di niente.

Oreste Di Vito

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