Decreto Pisanu – Wi-Fi pubblico bloccato da una legge, ma nessuno ha il coraggio di abolirla

Nel nostro Paese difficilmente è possibile collegarsi ad internet da un bar, un ristorante, una stazione; diversamente, negli altri Paesi europei e nord americani è cosa del tutto normale. L’Italia, infatti, è in fondo alla classifica per numero di accessi pubblici wi-fi.

Il motivo di questo “limite” è la legge n. 155 del 31.07.1995, c.d. Legge Pisanu. Nata alla luce dell’attentato terroristico alla metropolitana londinese, il cui testo normativo prevede regole molto rigide per l’uso del wi-fi. Più precisamente, l’art. 7 del D.L. n. 144/2005, convertito in Legge n. 155/2005 prevede:


“A decorrere dal quindicesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e fino al 31 dicembre 2010, chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni anche telematiche, deve chiederne la licenza al questore. La licenza non è richiesta nel caso di sola installazione di telefoni pubblici a pagamento, abilitati esclusivamente alla telefonia vocale.
Per coloro che già esercitano le attività di cui al comma 1, la licenza deve essere richiesta entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
La licenza si intende rilasciata trascorsi sessanta giorni dall’inoltro della domanda. […]
Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro delle comunicazioni e con il Ministro per l’innovazione e le tecnologie, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, da adottarsi entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1 è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, anche in deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 122 e dal comma 3 dell’articolo 123 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonché le misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili.
[…]”.

In sintesi, scopo primario della norma è di vietare il wi-fi aperto per combattere il terrorismo.
Norma restrittiva, nata come temporanea, e prorogata di anno in anno, nonostante le campagne e le petizioni on-line puntualmente ripetute nei mesi precedenti il varo delle singole proroghe (da ultimo legge 25/2010 di conversione del D.L. 30 dicembre 2009, n.194).

L’esercizio pubblico di qualsiasi genere (bar, ristorante, albergo, ecc…) che offre al pubblico un servizio internet, tramite terminali, tramite wi-fi o prese ethernet è tenuto ad adempiere ai seguenti obblighi:

1) Inviare al Ministero delle Telecomunicazioni la comunicazione prevista dall’art. 25 del Codice delle Telecomunicazioni;
2) Richiedere una licenza alla Questura (la stessa si intende rilasciata dopo il decorso di sessanta giorni dalla presentazione);
3) Identificare il soggetto a cui offre il servizio prima di consentirgli l’accesso (chiedere un documento di identità; trascrivere su apposito registro o su computer i dati anagrafici; indicare il tipo di documento, il numero e mantenersi una copia dello stesso);
4) Monitorare le attività svolte dal soggetto a cui si offre il servizio, quindi memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed ora della comunicazione e tipo di servizio utilizzato.

Leggendo l’elenco degli adempimenti necessari per poter offrire un servizio WI-FI all’interno di un esercizio pubblico è facilmente comprensibile il motivo per cui in Italia sono presenti il minor numero di accessi rispetto agli altri Paesi (circa il 70% in meno).
Appare del tutto strano che, l’Italia sia l’unico paese in Europa ad avere un regolamento così severo sull’utilizzo delle reti wi-fi aperte. Sembrerebbe quasi che, con la scusa della lotta al terrorismo si vadano a favorire le società telefoniche che gestiscono i server a pagamento.
Recentemente, al fine di abrogare definitivamente l’art. 7 del D.L. n. 144/2005, convertito in Legge n. 155/2005, è stato presentato un progetto di legge bipartisan.

Nel progetto di cui sopra si legge: “[…] Una tale rigidità nella regolamentazione dell’accesso ad internet è, di fatto, una caratteristica che trova riscontro solo in Italia. Va, infatti, segnalato che il citato decreto-legge n. 144 del 2005 (cosiddetto «decreto Pisanu») non è frutto di una direttiva europea, ma è stato piuttosto ispirato dal diffuso sentimento di chiusura generato dalle azioni terroristiche. Peraltro oggi l’Italia è l’unico paese in Europa ad avere un regolamento così severo e restrittivo sull’utilizzo delle reti wi-fi aperte”.[…] “La normativa italiana rappresenta, però, un notevole ostacolo alle nuove modalità di fruizione e accesso alla rete da parte dei cittadini e anche per l’erogazione di nuovi servizi da parte delle pubbliche amministrazioni ed enti pubblici”.[…] “I risultati dell’applicazione di tali norme sono difficilmente quantificabili. Va rilevato come l’acquisizione di dati personali e il divieto di fornire accesso libero alla rete appaiano misure del tutto inefficienti. Queste norme, in effetti, non appaiono in alcun modo idonee a impedire l’attuazione di un illecito, poiché facilmente aggirabili anche da parte di soggetti con conoscenza informatica piuttosto limitata. A fronte di risultati quasi inesistenti in termini di sicurezza, i costi di tali norme sono invece altissimi. Esse hanno costituito un ostacolo alla crescita tecnologica e culturale di un Paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività internet: nel momento in cui la rete si apre sempre di più al prossimo grazie alle tecnologie wireless, alla diffusione di device mobili sempre più economici e performanti, in Italia abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiose. All’estero internet si sta affermando come strumento che spetta di diritto agli individui in quanto strumento indispensabile per la crescita culturale e sociale dell’individuo, favorendo l’interazione con l’altro e costituendo un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere”.

Non dello stesso parere sembra essere Telecom, alla quale il Decreto Pisanu va bene così. Recentemente, l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabè ha dichiarato: “Non credo che quella legge vada abolita. In molti altri Paesi si sta andando nella direzione della fine dell’anonimato e dell’identificazione dell’utente: il decreto Pisanu serve a quello. Capisco che l’identificazione con il documento cartaceo possa dar fastidio. Ma si tratta semmai di gradualizzare, di migliorare gli strumenti, non di abolire il decreto”.
Nonostante neghino, è evidente che, i gestori telefonici hanno tutto l’interesse a far navigare il più a lungo possibile gli italiani attraverso le loro costose sim.
Per diversi giorni abbiamo letto sui quotidiani e su vari forum on-line che, la questione Wi-Fi e la possibilità di abrogare l’art. 7 del Decreto Pisanu, anche a seguito della presentazione del progetto di legge citato, dovevano essere affrontate in occasione del Consiglio dei Ministri del 22 ottobre 2010.
Diversamente, per quella data, il confronto sulle restrizioni Wi-Fi non è stato inserito nell’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri. Probabilmente, neanche la proposta di abrogazione bipartisan è bastata per cambiare il destino delle Wi-Fi in Italia e, quindi, il Decreto Pisanu rimarrà in vigore.
Non sono del tutto escluse delle modifiche, si parla della scomparsa della schedatura obbligatoria e del mantenimento di qualche forma di riconoscimento, come il numero della sim del cellulare dell’utente.
Certo un po’ bizzarro pensare che, l’identificazione dell’utilizzatore di una rete wi-fi tramite il numero della propria sim sia più efficace e sicuro di quanto non lo sia stato, sino ad oggi, l’identificazione mediante il documento cartaceo.
Inoltre, tale proposta “salva-pisanu” non ha nulla di innovativo, si tratta di un sistema attualmente utilizzato dalla Provincia di Roma e da altre strutture. Infatti, alcune pubbliche amministrazioni, più sensibili al problema, hanno già sfruttato tale sistema di identificazione.
Le società di provider hanno ottenuto dal Ministero degli Interni, mediante apposita Circolare, un’estensione del principio di identificazione dell’utilizzatore, di conseguenza, questa può avvenire tramite tramite la registrazione al servizio con una sim anziché con moduli cartacei (posto che all’acquisto della sim il compratore ha dovuto mostrare e fornire copia del documento).
Sotto altro aspetto, è necessario riflettere su alcuni particolari: l’identificazione mediante numero della sim non è un sistema alla portata delle tasche e delle competenze tecniche di tutti; inoltre, non sarà possibile sfruttarlo con gli stranieri, in quanto all’estero per acquistare una sim non è necessario un documento di identità.
Di conseguenza, non c’è dubbio, neanche il “salva-pisanu” potrebbe risolvere il problema wi-fi, i nostri ipod, ipad e smartphone non potranno ancora essere sfruttati a pieno nel nostro Paese.
In nessun altro paese democratico vigono provvedimenti così restrittivi, nemmeno in Inghilterra e negli Stati Uniti – diretti destinatari di vere e proprie minacce (basti pensare all’attentato della metropolitana londinese ed alle Torri Gemelle), invece, in Italia sembra essere l’unica soluzione possibile per accertare reati di terrorismo informatico, forma di terrorismo mai avvenuta nel nostro Paese.
L’Italia, paese fortemente tecnologizzato, ha bisogno di leggi che valorizzino e supportino l’utilizzo di internet e non del Decreto Pisanu, provvedimento del tutto obsoleto e dannoso.

Leave a Reply