Il finanziamento pubblico della carta stampata

La storia dei finanziamenti pubblici dei quotidiani affonda le sue origini agli inizi degli anni ottanta. In ordine cronologico la data da ricordare è il 1981. Quell’anno fu varata una legge per aiutare i quotidiani di partito non in grado di reggersi autonomamente sul mercato. Dopo sei anni la legge cambia e cambia anche il modo attraverso il quale si finanziano i giornali. Nell’87 infatti la nuova regolamentazione dispose che se due deputati o due senatori avessero dichiarato che un giornale rappresentasse un movimento di partito automaticamente si sarebbe avuto diritto ad ottenere i relativi finanziamenti. Nel 2001 la normativa cambia ancoraMore…: per ottenere i finanziamenti bisogna trasformarsi in cooperativa, è quanto accadrà per numerosissime testate. Il dato che segue rappresenta il resoconto di queste leggi a favore della carta stampata: lo Stato italiano oggi spende 667 milioni di euro per “aiutare” l’editoria. Altre cifre che vorremmo sottoporre alla vostra attenzione riguardano gli importi esatti di alcuni quotidiani finanziati: l’Unità prende dallo Stato 6.400.000 euro ogni anno, il Foglio di Giuliano Ferrara prende 3 milioni e mezzo di euro; Europa, il giornale della Margherita prende 3 milioni di euro all’anno, il Secolo d’Italia riceve anch’esso 3 milioni di euro annui e vende 2500 copie al giorno, la Padania quotidiano della Lega prende 4 milioni di euro all’anno, poi ci sono i quotidiani che non si vendono in edicola e che vengono spediti direttamente a casa agli abbonati, è il caso de Il campanile, giornale dell’Udeur che stampa 3.000 copie e prende un milione e 153.000 euro di contributo statale, il Roma edito dal deputato di Alleanza Nazionale Italo Bocchino riceve 2 milioni 582.000 euro annui, Avvenire quotidiano di riferimento della Conferenza Episcopale Italiana prende sei milioni di euro ogni anno, ma per non farci mancare niente neanche il sindacato manca all’appello, Conquiste del lavoro, giornale della Cisl riceve 3 milioni e trecentomila euro. Alla luce di questi dati ci si potrebbe chiedere “e gli altri?”, cioè i giornali che non vengono finanziati come sopravvivono? Un giornale “vive” se alle spalle ha un editore forte, capace di investire su una testata confidando che nel lungo periodo arriveranno i ricavi, oppure, come nel caso dei free press, attraverso la raccolta pubblicitaria che da sola riesce a coprire le spese che il giornale sostiene. Ancora una volta dobbiamo però prendere atto dell’entrata a gamba tesa della politica in un settore delicato come quello dell’editoria: ai nostri amministratori andrebbe rammentato che nei Paesi liberali un giornale vive solo se le persone lo comprano, come dovrebbe essere secondo i principi del tanto agognato libero mercato, senza che i cittadini finanzino la carta stampata, finanziamenti questi ultimi che alla fine del 2006, lo ripetiamo ancora, sono giunti a seicentosessantasette – 667 – milioni di euro.

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