La crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale ha mietuto la “prima” vittima: la Grecia.
L’analisi economica della Grecia e il “rischio” di default in cui versa è utile effettuarla tenendo ben presente alcune grandezze macroeconomiche e seguendo una chiave di lettura temporale (L’argomento in esame è piuttosto complesso e articolato e l’intento di questa nota è quello di comprendere meglio il fenomeno senza alcuna presunzione di esaustività.).
In particolare, si ritiene opportuno discutere della crisi in atto, anche alla luce dei crolli del mercato finanziario, tenendo la barra dritta su due distinte grandezze macroeconomiche.
La prima riguarda il PIL (Prodotto Interno Lordo) la cui crescita è prossima all’unità per quasi tutti i paesi dell’Eurozona. Il PIL, notoriamente, misura la capacità di produrre ricchezza da parte di una nazione: esso indica il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese.
La seconda è il debito pubblico accumulato dagli Stati per finanziare la spesa corrente e gli investimenti infrastrutturali. L’andamento negativo delle due grandezze sopra citate genera il cosiddetto Rischio Paese. Quest’ultimo a sua volta innesca un meccanismo di pericolosità che si ripercuote sui mercati finanziari; più specificamente, i comportamenti degli investitori in merito agli acquisti e alle vendite sui mercati finanziari sono mossi dalle indicazioni, o meglio dai giudizi di solvibilità sul Paese, fornite dalle tre principali agenzie di rating: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. Il peggioramento dei conti pubblici di uno Stato implica un giudizio negativo da parte delle agenzie di rating: di conseguenza, gli investitori richiedono un tasso di interesse più elevato per acquistare titoli del debito pubblico di quella nazione e ciò fa lievitare gli interessi sul debito che vanno a sommarsi a quelli pregressi.
Per quanto concerne la chiave di lettura temporale, è bene rammentare che la crisi finanziaria è riconducibile alla bolla immobiliarestatunitense del 2006 che sancì l’insolvenza dei possessori dei mutui subprime (prestiti concessi a coloro che mostrano un’alta probabilità di insolvenza o che si sono dimostrati già insolventi in passato a cui però si concede credito ad un tasso di interesse più alto della media). Seppur latente, la crisi esplode, o più correttamente emerge, nel 2008 investendo alcuni colossi bancari e decretando il fallimento di Lehman Brothers.
Ritornando al discorso della Grecia, quest’ultima sta scontando l’eccesso di debito pubblico che ha accumulato nel corso degli anni e che a causa della stagnazione del PIL ha fatto incrementare il rapporto debito/PIL. Il quoziente in esame rappresenta un importante indicatore della solidità finanziaria ed economica del Paese. In assenza di crescita del PIL va tenuto sotto controllo, in maniera rigorosa, il debito pubblico per due ordini di motivi: uno di natura finanziaria e l’altro teso ad evitare il cosiddetto “effetto spiazzamento”.
Riguardo all’aspetto finanziario, se il debito pubblico cresce troppo velocemente si incontrano delle difficoltà a finanziarlo in quanto cala la fiducia dei sottoscrittori dei titoli sulla capacità del debitore di pagare gli interessi e restituire il capitale: per contro gli investitori richiedono un tasso più elevato.
Per quanto attiene invece all’effetto spiazzamento, il ragionamento è il seguente. L’incremento del debito pubblico viene finanziato, come detto, attraverso le emissioni dei titoli e la relativa sottoscrizione da parte dei privati che impegnano i loro risparmi sottraendoli agli investimenti industriali con ripercussioni negative sulla crescita economica.
In aggiunta occorre segnalare il rischio per il sistema bancario che detiene in portafoglio una grossa quota di titoli del debito pubblico dei Paesi esposti a rischio: di qui la principale motivazione del crollo dei titoli bancari registrato in questi giorni sui mercati azionari.
La perdita di credibilità della Grecia e il rischio di default cui è esposta ha creato un effetto “risucchio” degli altri Paesi più o meno virtuosi con il conseguente crollo della valuta. In buona sostanza, il comportamento della Grecia in questi anni si è rivelato diametralmente opposto ai parametri stabiliti nel Trattato di Maastricht i quali imponevano agli Stati membri di monitorare il livello del deficit annuale che non doveva superare il 3% del PIL e il debito pubblico che non doveva superare il 60% del PIL.
I recenti dati del Fondo Monetario Internazionale mostrano come anche per la Spagna e per il Portogallo le previsioni di crescita sono negative o prossime allo zero e questo non lascia ben sperare per il futuro se non si mantiene sotto controllo il debito.
Certamente l’intervento da parte degli altri Paesi UE e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) a favore della Grecia, quantificabile in un prestito di 45 miliardi di Euro accompagnato dalla richiesta di maggiore austerità, può ridurre il rischio di default.
Come si colloca l’Italia nel quadro macroeconomico? Il nostro Paese ha un rapporto deficit/PIL del 5% e il debito pubblico pesa il 118% del PIL. I dati del FMI ci spingono verso uno stadio di prudente “ottimismo” e ci attestano tra i Paesi più virtuosi (0.8% di crescita del PIL a fronte del 1% dell’area Euro). Fino a quando il debito pubblico resta sotto controllo il nostro Paese non corre i rischi della Grecia: il rating è migliore rispetto a quello assegnato alla Spagna e al Portogallo.
I rendimenti dei titoli di Stato dell’ultima emissione sono pari al 4% contro il 9% della Grecia, a fronte del 3% della Germania ritenuto il Paese più virtuoso con una prospettiva di crescita che si attesta intorno al 1.2%. In questo contesto si rendono pertanto necessarie alcune misure antideficit tese a diminuire la spesa pubblica scongiurando così il rischio della Grecia.
Tuttavia, formulare delle previsioni risulta in questo momento abbastanza difficile considerato che tutte le teorie macroeconomiche, anche quelle supportate dall’evidenza empirica, sono finite sul banco degli imputati e con esse gli economisti, a prescindere dalla Scuola di Pensiero.
Fabrizio Rossi
Docente di Economia e Organizzazione Aziendale
Ancora una volta per capire quello che sta succedendo in Afganistan bisognerà aspettare che il caso dei tre operatoriitaliani si risolva. E’ bene, però, ricordare quello che Emergency fa, dal 1994, data della sua fondazione, ad oggi. Emergency è una organizzazione non governativa il cui scopo principale è quello di portare assistenza nelle zone del pianeta dove una qualunque forma di guerra imperversi. Emergency opera, fra le altre zone, in Africa, in Cambogia, in Iraq, in Sierra Leone ed appunto in Afganistan. Dal 1994 Emergency ha creato un centro radio chirurgico in Sudan, più tre centri pediatrici in Sierra Leone, un centro di maternità in Afganistan, sette centri medici in Iraq. Più di tre milioni di persone ha incontrato Emergency sulla sua strada. Strada, ricordiamolo, fatta di volontari, medici ed altre figure professionali di vario genere con alte specializzazioni in campo medico. Lo stesso Daniele Mastrogiacomo di Repubblica deve la sua liberazione all’intervento di Gino Strada, senza il quale poco avrebbe potuto il governo dello stato italiano, questo per dire quello che Emergency, fra le altre cose riesce a fare. In uno dei suoi libri più struggenti, Pappagalli Verdi, Gino strada racconta e riassume la forza devastatrice delle mine antiuomo: lo scempio dell’essere umano, quando gli esplodono addosso, le volte che le mutilazioni prodotte dai pappagalli verdi si sono materializzate negli ospedali dove il chirurgo italiano opera, giorno e notte, con il suo staff. Il centro chirurgico teatro dell’ultimo episodio di cronaca che ha visto protagonisti i tre operatori italiani a Lashkar Gah è intitolato a Tiziano Terzani, uomo nobile di tradizione pacifista. “Cosa vorresti fare da grande? Quando ero un ragazzino, rispondevo il musicista o lo scrittore. Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra con precisione. E ho chiuso da tempo con la nostalgia ed il rimpianto di non sapere suonare uno strumento né scrivere un romanzo”. In questa risposta c’è la ragione intrinseca di una scelta di vita, quella di Gino Strada e successivamente di sua moglie Teresa Sarti, da poco scomparsa, al fianco non degli ultimi, per quello ci sono le liturgie dei caritatevoli, ma delle mutilazioni degli ultimi, che hanno un nome: Pfm1, mine antiuomo di produzione sovietica di colore verde lucente, capaci di far credere a chi le guarda di trovarsi di fronte a meravigliosi volatili a causa della loro conformazione da ali d’uccello. Poi fai il conto e scopri che vi sono 110 milioni di mine antiuomo sparse per il globlo, il che significa 110 potenziali esseri umani mutilati, quando sopravvissuti. E poi c’è Gino Strada, che fa la guerra a quelle mine.
C’è un vincitore morale e politico delle ultime elezioni amministrative: la Lega Nord. Proveremo ad esaminare come questa vittorialeghista non si traduca numericamente in un aumento netto di voti per il partito del carroccio. Gli elettori della Lega sono stati due milioni e 750.000, rispetto alle precedenti elezioni europee c’è stato un calo di 150.000 preferenze: erano infatti nel 2009 due milioni 900.000. Le elezioni politiche di quattro anni fa avevano visto la Lega raccogliere due milioni 847.000 voti. In termini assoluti questo dato racconta che in alcune regioni la Lega Nord ha addirittura perso voti, come in Lombardia, Piemonte e Liguria, mentre ne ha incrementati In Emilia, in Toscana e nelle Marche ed in Veneto. Questo vuol dire in termini assoluti che la Lega pur non avendo incrementato il suo bottino elettorale, ha avuto un calo minore rispetto agli altri partiti della coalizione, in particolare al PDL. Le cifre degli altri partiti: al PD manca un milione di voti, al Pdl due milioni e mezzo, all’UDC 350.000, ognuno rispetto alle europee dello scorso anno. Come ha accuratamente osservato Luca Ricolfi su un campione di 100 elettori si evince quanto segue: 29 elettori hanno votato per i due maggiori schieramenti (PDL-PD), 12 elettori per la Lega, 19 elettori per i partiti minori e ben il 30% non ha votato. Ed è proprio questo 30% che ha fatto la differenza in termini di vittoria della Lega. Altro dato interessante emerso da questa tornata elettorale è quello riguardante la fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale in termini di voti raccolti: pagano uno scotto enorme, in virtù del fatto che l’unione di due partiti raramente si traduce, in cabina elettorale, nella somma dei loro voti. Qualche dato: nel 2000 Forza Italia ed Alleanza Nazionale raccoglievano in Piemonte il 42,66%, il 28 e 29 marzo scorsi PDL ha raccolto il 25,04%, in Lombardia ancora Forza Italia ed Alleanza Nazionale nel 2005 raccoglievano il 34,64%, ora insieme arrivano al 31%, in Veneto sempre alle amministrative del 2005 i due partiti di centro destra separatamente raccoglievano il 30,79%, adesso il PDL è al 24,74%. Il risultato straordinario, straordinario la Lega Nord lo ha ottenuto, ripetiamolo, non in percentuali assolute, ma riuscendosi ad insediare nelle cosiddette regioni rosse come l’Emilia Romagna, dove arriva al 13,67% e la Toscana dove raggiunge un considerevole 6,48%, quintuplicando i voti rispetto alla precedente consultazione elettorale. Non va trascurato il dato della regione Liguria, dove il carroccio riesce a confezionare un risultato che lo vede raggiungere il 10% dei consensi, anche qui riuscendo a raddoppiare i voti rispetto alle regionali del 2005.
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